Paolo Levi

Costanzo Rovati è pittoscultore dalla fervente ed originale fantasia, che si esplica soprattutto nell’uso dei materiali, come la combustione di nylon, plastica e acrilici su tela. Amando le simbologie che alludono alla riconoscibilità delle forme, i suoi lavori sono ricchi di assonanze romantiche e di memorie archeologiche, giocando con significati allusivi. La capacità di non ripetersi rispecchia il temperamento vivace e fantasioso dell’artista, le cui opere trasudano forza e vitalità.

Torino 2005

A Costanzo Rovati ho posto una domanda sulla sua ricerca della materia. Mi risponde in modo emblematico che non è lui a cercare la materia, bensì è la materia a venirgli incontro per essere tradotta in visione significante.

Nel suo lavoro Rovati non ripete mai se stesso, perché in ogni suo quadro, in ogni impaginato, all’origine della sua ispirazione c’è sempre la volontà di fissare una visione mentale, un attimo in divenire, traducendolo in energia dinamica, in un moto che allude a nuove esperienze e ricognizioni spaziali.

Costanzo Rovati è un artista del suo tempo, che tiene ben conto della contemporaneità, ma che dalla lezione delle avanguardie del novecento ha tratto il rifiuto degli schematismi e il gusto materico. Egli si immette nel suo lavoro con il finto candore dello sperimentatore, che apparentemente gioca sull’improvvisazione, ma che in realtà pratica con perizia l’alchimia della mescolanza dei materiali, lavorando sia sulla gestualità che sul controllo compositivo.

Se dobbiamo individuare quali sono le sue stazioni e i suoi passaggi, diciamo che Rovati tende alla fusione fra un visibile e la figurazione, con un non visibile tutto da decodificare, che potremmo anche essere tentati di chiamare informale. Ma lo stesso visibile – sagome umane, o alberi, o scorci di paesaggio, o interni d’architettura – è fortemente allusivo, e perciò squisitamente astratto.

Va sottolineato l’aspetto tutto particolare che assumono le sue opere quando le campiture e gli spessori creano effetti di altorilievo, in un gioco ottico e tattile, per cui la materia pittorica sembra uscire dal supporto per andare amorosamente incontro al suo creatore, replicando poi lo stesso abbraccio utopico anche con l’osservatore.

Torino 2008